Ottone Rosai

(Firenze, 1895 – Ivrea, 1957)

Giocatori di toppa, 1928

Olio su tela, cm. 198,5×240
Banca Monte dei Paschi di Siena

Conclusasi la parentesi Futurista, Rosai aveva rivolto la sua attenzione alle immagini quotidiane della propria città, e alle figure che la popolavano: ordinari “teppisti”, come spesso furono definite, biasimate da alcuni critici perchè troppo “plebeie”, ma da altri decantate per la loro dignità.

Così, ne I giocatori di toppa, dipinti nel 1928 egli fissa senza cedere a ingenui patetismi un’istantanea di vita popolare: la composizione è nobilitata da volumi architettonici essenziali e da personaggi costruiti in dialogo con la lezione di Masaccio e di Giotto, i maestri toscani che l’artista considerava i modelli più adeguati per rappresentare una Firenze non convenzionale, smascherando il gretto perbenismo borghese che, nell’intento di ottenere per la città un asettico scenario da cartolina turistica, avrebbe voluto cancellarne la parte più autentica.

Il quadro fu acquistato da Enrico Vallecchi, mecenate dell’artista durante tutta la sua travagliata esistenza, che fu anche editore della rivista “Il Selvaggio” su cui l’artista pubblicò numerosi disegni tra il 1926 e il 1928.

La ricerca di soggetti antiretorici condusse Rosai in luoghi marginali, che fissava nella memoria prima ancora che nelle tele: ricordandolo molti anni più tardi l’amico e concittadino Franco Fortini si riferiva ai suoi paesi come alle “nostre vie vedute a mente”.

L’integerrima vocazione artistica del pittore, che lo condusse ad isolarsi progressivamente dai contesti e dai circuiti espostivi ufficiali, riscosse comunque il riconoscimento dei letterati e dei poeti residenti o di passaggio a Firenze come Alfonso Gatto ed Eugenio Montale: di quest’ultimo é presente in mostra un piccolo ritrattino ad olio del 1941.