Carlo Socrate

(Mezzanabigli, 1889 – Roma, 1967)

Autoritratto, (1923)

Olio su tela, cm. 93,5 x 80,5
Banca Monte dei Paschi di Siena

Carlo Socrate partecipa attivamente alla vita artistica a Roma fino dal 1920, esponendo con gli artisti della Scuola romana, e Roberto Longhi, in un saggio del 1926 gli riconoscerà doti di solido mestiere e capacità di interpretare la tradizione della pittura secentesca, oltrepassando le più facili imitazioni di un impressionismo di maniera.

Questo Autoritratto fu probabilmente eseguito nel 1923 e trova il suo più plausibile modello in alcuni ritratti dipinti da Edouard Manet, in particolare il Ritratto di Emile Zola, nel quale lo scrittore é seduto con un libro in mano; al maestro francese rimanda anche la natura morta di cappello e guanti, e la dominante del nero nella tavolozza.

Il genere dell’autoritratto è molto ricorrente negli anni tra le due guerre: gli artisti affidano alla propria immagine spesso collocata in un interno, circondata da oggetti emblematici, la dichiarazione della propria professione e delle proprie scelte di stile e la messa in posa contribuisce ad illuminare l’indole e il temperamento.

Così in questo Autoritratto la fisionomia dell’artista, caratterizzata per “l’archetto della bocca amarognola”, secondo la definizione di Longhi, sembra evocare la natura intellettuale e schiva del personaggio. I tratti malinconici di Socrate possono essere scovati anche nella tela Amici al caffè Aragno storico luogo di incontro capitolino, dipinto nel 1930 da un altro esponente della Scuola romana, Amerigo Bartoli: tra i personaggi rappresentati sono riconoscibili anche i poeti Vincenzo Cardarelli e Giuseppe Ungaretti. Questa puntuale descrizione della realtà fu poco dopo resa in caricatura da Scipione che ne realizzò una parodia dove Socrate è raffigurato mentre osserva pensieroso Caldarelli, ignaro –novello Newton – che una pera gli sta cadendo sul capo.