Carlo Levi

(Torino, 1902 – Roma, 1975)

Rape e viole del pensiero, 1938

Acrilico su tela, cm. 78,8 x 90,8
Banca Monte dei Paschi di Siena

Carlo Levi, laureato in medicina, non esercitò mai la professione di medico, cui preferì l’attività di pittore e, più tardi, di scrittore. Apparteneva ad un’agiata famiglia torinese di origine ebraica e negli anni tra le due guerre si segnalò per una produzione artistica antiretorica sia nello stile che nei contenuti.

Nel 1935 per attività antifascista fu confinato ad Agliano in Lucania, dove a confronto con una inimmaginata realtà di emarginazione, geografica e sociale, rinnovò il proprio linguaggio in opere di densa e turbata pittura.

Nel 1937 alcune di queste opere del confino furono esposte a Roma alla Galleria della Cometa fondata dalla Contessa Pecci Blunt, che riuscì ad ottenere la presenza dell’autore all’inaugurazione della mostra. Ricorderà l’artista Libero De Libero: “Fu scambiato per una provocazione grave l’intento di far conoscere una serie di importanti dipinti che Levi aveva compiuto ad Agliano e di cui avevamo notizia. Personalmente Mimì Pecci ottenne dal Ministero degli Interni sotto la sua personale responsabilità che Levi venisse a Roma coi suoi quadri, i più belli che egli abbia mai dipinto, per inaugurare la sua mostra”.

Anche le opere dipinte dopo l’esilio serbano traccia di quell’esperienza, come le rare nature morte su fondo nero, in alcune delle quali, come quella qui esposta, compaiono le viole del pensiero. Questo dipinto in particolare era stato incluso nella selezione che Levi stesso curò per la sua antologica del 1974, proprio al Palazzo Te di Mantova, che doveva offrire al visitatore, secondo le parole dell’artista, “almeno un barlume di quello che solo é la pittura: l’immagine concreta e rivoluzionaria della libertà”.