Carlo Carrà

(Quargnento 1881 – Milano 1966)

Paesaggio, 1928

Olio su tavola, cm. 80,5 x 91,5
Banca Monte dei Paschi di Siena

La “conversione” di Carlo Carrà alla pittura di paesaggio avvenne durante le vacanze estive del 1921 a Moneglia, sulla costa ligure, dove realizza Pino sul mare, evento che il pittore ricorderà nelle sue Memorie come una rivelazione per la propria arte: “Mettendomi a dipingere questa tela mi pareva ormai di sapere con chiarezza quello che alla natura io potessi chiedere”.

A partire dal 1925 Carrà eleggerà il Cinquale, vicino al Forte dei Marmi, a soggiorno consueto per lunghe sedute en plein air in compagnia di Ardengo Soffici, intensificando il rapporto con gli artisti toscani come lui “convertiti”, dopo gli eccessi delle Avanguardie, allo studio della natura.

Paesaggio del 1928 appartiene dunque a questa nuova fase della produzione del pittore, ormai lontana dalle astrazioni celebrali della metafisica. Nella monografia dedicata a Soffici, Carrà prende a pretesto l’adesione dell’amico alla pittura di paese per spiegare anche la sua necessità di dedicarsi ad un’arte libera da ogni intellettualismo e dal carattere più universale proprio perché nel paesaggio la distanza tra passato e futuro si annullava in una misura di perenne naturalità.

La legittimazione della terra toscana come epicentro di quella rivoluzione artistica, si affermava per Soffici, secondo Carrà, con le parole di Lemmonio Boreo, protagonista del romanzo in chiave autobiografica scritto dal pittore toscano nel 1912, che evidentemente aveva avuto un’influenza anche per lui: “le case, i sentieri, i campi, gli alberi, le colline e gli uomini della Toscana ritrovano nei dipinti di Soffici l’espressione sincera del loro carattere lirico, e quel sentimento di stupore, sigillo di questa terra miracolosa e carica di civiltà millenaria”.