Ardengo Soffici

(Rignano sull’Arno, 1879 – Forte dei Marmi, 1964)

I pini, 1924

Olio su tela, cm. 93,5 x 94,5
Banca Monte dei Paschi di Siena

Nel 1912, Ardengo Soffici nel romanzo Lemmonio Boreo, nom de plume che nascondeva il suo alter ego, evocava l’immagine di un artista che dopo aver conosciuto la bohème di Parigi, dove egli stesso aveva vissuto tra il 1903 e il 1907, si ricongiungeva alle proprie radici percorrendo con rinnovata emozione le strade nelle quali era cresciuto. Nel pittore era già allora matura l’idea, che si compirà pienamente dieci anni dopo, di un paesaggio che acquista risalto nell’opera al pari della figura, fino a scavalcarla e diventare il cardine di una poetica incentrata sulla celebrazione della ritrovata “toscanità”.

L’opera I pini del 1924 fu dipinta durante un breve soggiorno romano e si segnala per il richiamo ad una geografia non consueta, caratterizzata per le chiome ad ombrello dei tipici alberi romani che in quell’anno ispiravano anche il compositore Ottorino Respighi, per il poema sinfonico curiosamente intitolato I Pini di Roma.

In questo dipinto, dove riaffiora l’eco dell’arte di Cézanne, si afferma una Roma antiretorica, che si qualifica per un elemento del paesaggio e nella quale é assente ogni allusione alla città della tradizione classica, che Soffici rifiutava decisamente.

Già nel 1911, in contemporanea forse con la stesura di Lemmonio Boreo Soffici aveva scritto all’amico Giovanni Papini: “Roma mi fa schifo, Raffaello m’ha disgustato”, come il “putridume” di Parigi, e aveva concluso: “Come amo la nostra splendida e bella e riposante e pura Toscana! Le grandi città, i grandi centri intellettuali sono delle bellissime cose, ma i campi, il cielo puro, l’odore dell’erba e i visi sani e conosciuti della gente qui pure hanno il loro pregio. Non mi sono mai sentito italiano come dopo questa lunga assenza”.