Antonio Donghi

(Roma, 1897 – Roma, 1963)

Donne per le scale, 1929

Olio su tela, cm. 155,5 x 111
Banca Monte dei Paschi di Siena

Una luce tersa e irreale, scene di vita quotidiana descritte minuziosamente e l’uso di fonti iconografiche del passato costituiscono i tratti distintivi della pittura di Antonio Donghi attivo dal 1922 a Roma, dove critici e artisti discutevano sul ruolo della tradizione nel linguaggio dell’arte moderna.

Donne per le scale mostra come l’osservazione della realtà possa fondersi con i modelli tratti da antichi capolavori. L’ambiente in cui sono collocate le figure ricorda l’androne di uno dei palazzi della coeva Roma popolare, un luogo di socialità per le massaie del tempo solitamente chiuse nelle mura domestiche. Ma i gesti e gli sguardi enigmatici di queste protagoniste non vogliono evocare un’immagine fotografica e nell’opera l’artista crea un varco per oltrepassare la soglia dell’ordinario e giungere ad una dimensione incantata, usando un freddo chiarore per indagare i singoli dettagli ed evidenziarne i contorni.

Donghi era un artista colto e si può ipotizzare che questa composizione gli sia stata suggerita, in una bizzarra inversione compositiva, da una riflessione sull’Annunciazione della cappella maggiore della Basilica di San Francesco ad Arezzo dipinta da Piero della Francesca, un maestro che egli ammirava tanto da recarsi nella città toscana per conoscerne le opere: le due donne in primo piano mutuano dalla Vergine e dall’arcangelo Gabriele pose e gestualità, nella ringhiera che le divide sembra adombrata la colonna dell’affresco, dalla finestrella si affaccia una terza figura femminile, quasi una allusione all’immagine di Dio Padre che assiste all’Annunciazione. Così anche il cesto di mele sul pianerottolo si emancipa da mero espediente narrativo e diviene una vera e propria natura morta, un quadro nel quadro.